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Vecchio 18th December 2007, 11:35
L'avatar di Diabl0
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Diabl0 è su una strada distinta
Videogiochi, la violenza è troppo facile

Citazione:
I media generalisti oggi conoscono Internet e la tecnologia meglio di ieri. E così anche la classe politica. Parliamo di piccoli passi, passetti, che però disegnano un po' meglio l'immaginario dei più e che fanno sperare in un futuro di maggiore comprensione verso la più grande rivoluzione dopo quella industriale. Stupisce, quindi, che il dibattito sui videogiochi, invece, proceda in senso inverso: più passa il tempo, più se ne parla, più rasenta il ridicolo.

È di queste ore la notizia che la commissione censura britannica intende appellarsi contro la decisione di un tribunale di consentire la commercializzazione del titolo più chiacchierato del momento, vale a dire Manhunt 2. Titolo che è già stato ritoccato per evitare le forche caudine della censura e che in molti altri paesi, non in tutti, circola liberamente.

In Italia, non contenti della figuraccia che media e istituzioni rimediarono all'epoca dello sbarco di un altro gioco mediocre dal profilo ossianico, Rule of Rose, anche Manhunt 2 ha conquistato la ribalta grazie alle dichiarazioni paradossali, le denunce e le richieste di censura. Ridicolo, certo, eppure qualcosa su cui riflettere c'è.
Chiunque abbia mai preso in mano Manhunt 2 avrà notato non solo che si tratta di un gioco non particolarmente originale, ma anche di un game in cui efferate uccisioni si svolgono in un contesto che media e politica generalmente non considerano, ma che è invece utilissimo. Serve a capire che, chi gioca, non sta pensando di uccidere il fratellino: ha invece incarnato uno spregiudicato personaggio del game che vive un vita laterale, un corridoio esistenziale che lui, il giocatore, non imboccherà mai, e che non fa parte del suo quotidiano.

Manhunt - Executions (High Quality)
If you are able to see this message it means that you don't have flash installed or that the video server is down.


Eppure.
Qualche anno fa vincendo le resistenze della madre regalai a mio nipote Dino Crisis, giochetto che lucrava sui dinosauri nell'epoca post-"mondo perduto", in cui il sauro terrorizzante è una buona scusa per correre, scappare o sparare all'impazzata. Da adulto consapevole, o così credevo, ho iniziato a giocare insieme a mio nipote, salvo dover smettere per l'eccesso di ansia che mi procurava l'ambientazione. Palpitazioni. Lui sembrava felice, ero io quello sconvolto. Dopo qualche tempo il gioco se l'è dimenticato. Lui, io no.

Dino Crisis, e centinaia di titoli che lo hanno preceduto e seguito, è uno di quei giochi che vengono definiti violenti. Il che è, in sé, innegabile: lo scopo del videogame è far sopravvivere il proprio personaggio e per farlo non c'è altra via, o quasi, che sparare all'impazzata, inscenando scontri drammatici con sauropodi di varia natura. Checché ne dicano le associazioni dei genitori, spesso più preoccupate di apparire sui giornali che di approfondire certi temi, non esistono però studi scientifici che colleghino in modo credibile l'utilizzo di videogame violenti a comportamenti violenti, violenti davvero, nella vita reale. Questo può non significare molto, ma di certo vuol dire che il rapporto causa-effetto, se c'è, è molto ben nascosto.

Ma se il genitore, o lo zio, può ancora tentare di offrire qualcosa di più ad un bimbo che voglia invece passare i pomeriggi a fraggare zombie, rubare automobili o far fuori spacciatori, è anche tempo di chiedersi cosa passi nella mente degli sviluppatori.

Quando si pianifica un omicidio freddo e ansiogeno in Manhunt 2, o si prefigurano furti d'auto e sparatorie in Grand Theft Auto, non si sta realizzando un'opera dell'ingegno, si stanno sommando gli zeri e gli uno delle vendite sperando di moltiplicarli il più possibile, cercando mercato nel modo più facile, ricorrendo ai mezzi più banali per ottenere attenzione. Individuare stimoli più alti è più faticoso, richiede un più elevato tasso di creatività. Non solo: vendere un gioco che stimola la fantasia e aiuta a crescere è molto più complicato del vendere scariche di adrenalina a 69 euro l'una.

L'orrore, il brutto, in quanto stupefacente per natura.. vende. Forse è giunto il momento che chi nega che un videogame pensato per giovani e giovanissimi debba avere anche un valore educativo, ci ripensi. Questo renderebbe più facile al parentado sostituire con stimoli vitali le brutture tecnologiche con cui vengono bombardati i più piccoli. Non diventano piccoli killer, forse, ma di certo rischiano di percepire il mondo più buio e nero di quanto non sia.
Fonte
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Vecchio 4th February 2008, 09:58
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fabios92 è su una strada distinta
secondo me la violenza nei videogiochi dovrebbe essere vietata solo ai minorenni...perchè c'è gente che imita i videogiochi!
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Vecchio 14th February 2008, 10:49
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ironkarlo è su una strada distinta
quelli ke la imitano sono dei deficenti!
e cmq ci sono anke dei maggiorenni ke imitano o emulano i videogame!
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Vecchio 24th February 2008, 00:39
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IronMaiden è su una strada distinta
cazzate ( si può dire? ).... una persona intelligente sa capire che un videogioco deve rimanere tale, che sia violento o no
anche io quando ho avuto la psx regalata ho giocato a dino crisis ( e l'avevo anche completato) un po di "schifo" me lo faceva però pensando che è solo un gioco non mi sono mai terrorizzato e non ho avuto mai istinti omicidi e robe varie
è chiaro che i mass media cercano di aggravare le notizie però ormai è da troppo tempo che gira sta cosa della violenza nei giochi
mha
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Vecchio 2nd April 2008, 14:05
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Diabl0 è su una strada distinta
Il rapporto è stato commissionato dal Primo Ministro inglese circa un anno fa. L'autrice è la psicologa infantile Tanya Byron, conosciuta nel Regno Unito per le sue ricorrenti apparizioni televisive e collaboratrice del Times. Serve una forte rivisitazione del sistema di classificazione dei videogiochi con modalità di valutazione più simili a quelle utilizzate nell'industria del cinema. La Byron indica la necessità di un sistema di classificazione più chiaro e giudica inefficaci i sistemi di valutazione operativi attualmente in Europa. La classificazione praticata per il Regno Unito dalla BBFC si è recentemente rivelata poco funzionale con il caso Manhunt 2. La Byron critica anche il sistema paneuropeo PEGI (Pan-European Game Information) perché usa simboli poco chiari e perché dà troppo spazio decisionale agli stessi distributori, i quali decidono sostanzialmente sui prodotti che loro stessi commercializzano.
Sistemi di classificazione poco chiari, dunque, ed esigenza di uniformare i simboli e le modalità con le quali le avvertenze arrivano ai giocatori e ai genitori. Inoltre, secondo la Byron è necessaria una maggiore collaborazione con i rivenditori, in modo che rispettino le indicazioni degli organi di classificazione e non vendano il materiale vietato. È altresì necessaria una massiccia campagna di sensibilizzazione destinata ad utenti, genitori, rivenditori, distributori.
Gli organi di classificazione attualmente operativi, inoltre, si occupano di censurare solamente i contenuti violenti e quelli legati al sesso, e sottovalutano le problematiche legate all'esposizione prolungata dei più giovani a internet. L'online è un mondo troppo vasto e la sua fruizione da parte dei più giovani andrebbe controllata meglio dai genitori, i quali vanno aiutati con il giusto sistema di simboli e avvertenze.
Un unico sistema di classificazione con simboli chiari e ben evidenti, un po' come accade con le sigarette. Si tratta della proposta concreta della Byron a margine del suo rapporto. Inoltre, i giochi per console dovrebbero contenere un sistema software che consenta ai genitori di bloccare la fruizione di determinati contenuti giudicati a rischio. Ancora, il sistema di classificazione dovrebbe prevedere la censura dei giochi anche ai minori di 12 anni; in modo da coinvolgere nel sistema un più ampio numero di prodotti. Anche questa misura è simile a quanto accade nell'industria del cinema.
"Dobbiamo rendere la salute digitale dei bambini una priorità. Se si hanno meno di 18 anni non si dovrebbe poter comprare un gioco vietato ai minori di 18 anni; se si hanno meno di 12 anni non si dovrebbe poter comprare un gioco vietato ai minori di 12 anni. I genitori spesso si preoccupano quando i loro bambini stanno fuori casa, ma sottovalutano i rischi dell'online". Sono alcune dichiarazioni contenute nel rapporto.
In seguito alla pubblicazione del rapporto, l'organo di classificazione britannico BBFC si è dichiarato pronto ad accogliere queste novità e a uniformare il proprio sistema di classificazione a quello dell'organo paneuropeo PEGI. "Nel momento in cui i genitori entrano in contatto con dei contenuti, devono avere gli strumenti adatti per prendere delle decisioni per i propri figli. Sono d'accordo con la dottoressa Byron sul fatto che è necessario un sistema più aderente a quello utilizzato nell'industria cinematografica. BBFC è pronto ad assumere il ruolo di grande responsabilità che la dottoressa ritiene necessario", sono le parole di David Cooke, direttore dell'organo BBFC.
Quest'ultimo si è rivelato inefficace nel caso Manhunt 2. Nello scorso dicembre, infatti, con quattro voti favorevoli e tre contrari il Video Appeals Committee respingeva la valutazione fornita dalla BBFC e, di fatto, rendeva legale la commercializzazione di Manhunt nel Regno Unito. Adesso il gioco è in vendita nel Regno Unito, così come negli Stati Uniti dopo che l'organo di classificazione locale ESRB rivedeva la propria valutazione da AO (Adults Only) a M (Mature).
L'ELSPA (Entertainment and Leisure Software Publishers Association), invece, non concorda con le soluzioni proposte dalla Byron. Si tratta di un'associazione per la censura dei prodotti pericolosi che viene promossa dai produttori di software britannici. Agisce in parallelo all'organo ufficiale BBFC. "A nostro avviso questi provvedimenti invoglieranno gli utenti a comprare i prodotti a rischio e a giocare online senza avvalersi delle raccomandazioni", sostiene il presidente di ELSPA Paul Jackson. "L'industria videoludica ha bisogno di ricevere delle assicurazioni che l'organo BBFC sia realmente in grado di affrontare delle situazioni come quella di Manhunt 2 e che anche il PEGI sia appropriato. Riteniamo che il governo debba consultare i produttori per modificare il sistema di classificazione".
L'ELSPA lavorerà a stretto contatto con il governo nei prossimi mesi alla ricerca di soluzioni adeguate. I produttori, rappresentati dall'associazione, intendono trovare un accordo con l'esecutivo senza compromettere i propri interessi. Il Segretario di Stato per la Cultura, per i Media e per lo Sport, Andrew Burnham, ha assicurato che i rivenditori che non rispetteranno i sistemi di classificazione saranno perseguiti penalmente. Il sistema di classificazione BBFC, inoltre, si uniformerà sin da subito al PEGI, con l'introduzione dei "rating" di censura per i minori di 12, 15 e 18 anni.
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